La Terra Santa

Ho conosciuto Gerico,
ho avuto anch’io la mia Palestina,
le mura del manicomio
erano le mura di Gerico
e una pozza di acqua infettata
ci ha battezzati tutti.
Lì dentro eravamo ebrei
e i Farisei erano in alto
e c’era anche il Messia
confuso dentro la folla:
un pazzo che urlava al Cielo
tutto il suo amore in Dio.

Noi tutti, branco di asceti
eravamo come gli uccelli
e ogni tanto una rete
oscura ci imprigionava
ma andavamo verso le messe,
le messe di nostro Signore
e Cristo il Salvatore.

Fummo lavati e sepolti,
odoravamo di incenso.
E, dopo, quando amavamo,
ci facevano gli elettrochoc
perchè, dicevano, un pazzo
non può amare nessuno.

Ma un giorno da dentro l’avello
anch’io mi sono ridestata
e anch’io come Gesù
ho avuto la mia resurrezione,
ma non sono salita ai cieli
sono discesa all’inferno
da dove riguardo stupita
le mura di Gerico antica.

IN GRAN SEGRETO

In gran segreto
ho raccolto il bicchiere in cui avevi bevuto
e l’ho portato a casa.
La sera, quando torno da lavoro,
lo metto sotto il rubinetto
e vedo un bacio che galleggia nell’acqua

TIMIDEZZA

Appena seppi, solamente, che esistevo
e che avrei potuto essere, continuare,
ebbi paura di ciò, della vita,
desiderai che non mi vedessero,
che non si conoscesse la mia esistenza.
Divenni magro, pallido, assente,
non volli parlare perché non potessero
riconoscere la mia voce, non volli vedere
perché non mi vedessero,
camminando, mi strinsi contro il muro
come un’ombra che scivoli via.
Mi sarei vestito
di tegole rosse, di fumo,
per restare lì, ma invisibile,
essere presente in tutto, ma lungi,
conservare la mia identità oscura,
legata al ritmo della primavera.

LA PAGINA FINALE
Se mai dovessi
scegliermi un luogo e un tempo per morire,
vorrei che fosse dove e come adesso,
con questa luna bianca appesa in cielo
e una laguna come di metallo.
Che fosse proprio in questo tempo d’ora
e in questo istante che non ho paura.
Vorrei sembrasse come andare lungo
le mulattiere a lato degli stagni
e per sentieri persi tra le canne.
Che fosse come un viaggio solitario
in una notte chiara come questa
che non è tardi ma non è più sera.
Vorrei seguire i passi solitari
dei cacciatori all’alba che si acquattano
per insidiare le anatre di passo.
Straziante questa attesa che finisca
la pagina di un libro che si chiude.
Io leggo sempre adagio; non so farlo
che sillabando, come gli scolari
e quando arrivo al fondo del manuale
rallento perché duri un altro poco
il tempo della pagina finale.

Se riesci a mantenere il controllo quando tutti intorno a te perdono il loro e te ne attribuiscono la colpa.

Se puoi confidare in te stesso quando tutti dubitano di te pur tenendo conto del loro dubitare.

Se sai aspettare senza stancarti di farlo o essere circondato da bugie senza darvi credito o essere odiato senza dar spazio all’odio e ciò senza sembrare troppo buono o troppo saggio.

Se puoi sognare, senza rendere i sogni tuoi padroni.

Se sai pensare, senza rendere i pensieri il tuo obiettivo.

Se puoi incontrare il trionfo e la sconfitta e trattare questi due impostori alla stessa stregua.

Se puoi tollerare di udire la verità da te pronunciata stravolta da disonesti che intessono trappole per gli ingenui o vedere le cose per le quali hai dato la vita, distrutte e fermarti e costruirle di nuovo.

Se sai raccogliere tutte le tue vittorie e rischiarle con un lancio a testa o croce e perdere e ricominciare ancora dall’inizio e mai sussurrare una parola della tua perdita.

Se puoi sforzare il tuo cuore, nervi e muscoli per servire al tuo scopo ben al di là delle loro possibilità e così andare avanti quando più nulla in te tranne la volontà dice loro “tieni duro!”

Se puoi parlare con le folle e mantenere il tuo valore o camminare con i re senza perdere di semplicità.

Se né i nemici e neppure gli amici più cari possono ferirti.

Se tutti possono contare su di te ma nessuno eccessivamente.

Se puoi riempire un minuto con un viaggio lungo sessanta secondi.

Tua è la terra e quanto vi è in essa, e cosa ancor più importante,
sarai un uomo, figlio mio!

PAROLE NOTE
Poesia, musica e prosa convivono in un esperimento insolito, che assume un valore più elevato perché ha uno scopo benefico - etichetta Universal Music, il cd Parole Note, un progetto realizzato in collaborazione con la Fondazione Umberto Veronesi.

“Questo noi sappiamo: la terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Tutte le cose sono collegate, come il sangue che unisce una famiglia. Non è stato l’uomo a tessere la tela della vita, egli ne è soltanto un filo. Qualunque cosa egli faccia alla tela, lo fa a se stesso.”
-Capo Seattle

LA LINEA D’OMBRA

Ti trascino
per i varchi della mia incostanza
afferrandoti per il braccio
su cui è tatuato il disappunto
e cerco nel tuo volto i segni del
disagio, con un timore dentro
che scorgo ad ogni lampo di coscienza.

Con incroci di addii
ho progettato il calvario della notte
ed ho bendato gli occhi al pensiero che dorme,
perché non senta il dramma
del risveglio.

Ma al di là di ogni parola c’è un
silenzio, al di là di ogni sguardo
un altro cielo

e tu ridi
camminando sul filo del tuo sogno
e poi cedi, ridendo, ad un pianto improvviso,
mentre dita confuse tra il ritrarsi e il cercare
svelte tornano al braccio
ad impedire il volo.

PALME

Nasciamo dalla sete. Siamo palme
che crescono a forza di perdere
i propri rami. I tronchi sono ferite,
cicatrici rimarginate dal vento e dalla luce,
quando il tempo, quello che fa e quello che trascorre,
occupa il cuore e lo trasforma in nido
di perdite, ne erige la sua aspra colonna.

E per questo le palme sono allegre
come coloro che hanno saputo soffrire in solitudine
e ora si cullano nell’aria, spazzano nubi
e dalle loro chiome consegnano
inni alla luce, fonti di fuoco,
ventagli a dio, addio a tutto.
Tremano, testimoni di un miracolo
che conoscono soltanto loro.

Siamo come la sete delle palme
e ogni ferita aperta verso la luce
ci fa sempre più alti, più felici.
Perdite sono i nostri tronchi. È trono
il nostro dolore. Non è bello
soffrire ma bisogna aver sofferto
per sentire, come un intimo nido,
la meraviglia dei sopravissuti
che ringraziano l’aria, e poi scoppiano
per l’alta gioia in mezzo al deserto.

MIA MADRE

Ti ho riempito la valigia.
E’ piena di era e di fu
di momenti e pensieri
di volti e nomi
sorrisi e lacrime.
Aspettiamo assieme
che il treno parta.

Mi lascerai in silenzio
mentre ti fai
sempre più piccola.
E’ il solito treno
che già conosci.
L’hai visto partire
altre volte
dalla nostra stazione
sempre più vuota.

Agli addii
ci siamo abituati.
Lo sai.
E quando arrivi
salutami gli altri.

BODY { font-family: Courier New; font-size: 10pt; color: 000000; margin-left: 25 px; margin-top: 50 px; background-position: top left; background-repeat: no-repeat; } L’inno omerico XIV, dedicato a Gaia, la Madre dei viventi

“Gaia io canterò, la madre universale, dalle salde fondamenta,
antichissima, che nutre tutti gli esseri, quanti vivono sulla terra;
quanti si muovono sulla terra divina o nel mare
e quanti volano, tutti si nutrono dell’abbondanza che tu concedi.

Grazie a te gli uomini sono fecondi di figli, e ricchi di messi,
signora; è in tuo potere dare o togliere la vita
agli uomini mortali. Felice colui che nel tuo cuore
tu benevola onori: a lui senza limite affluisce ogni bene.
Per lui sono gravati dal raccolto i solchi apportatori di vita,
e nei campi ha gran copia di bestiame; la sua casa è piana di ricchezze.
Tali uomini regnano con giustizia sulle città delle belle donne
e li accompagna grande benessere, e prosperità;
esultano i figli di letizia giovanile,
e, nei cori ornati da ghirlande, con animo lieto,
danzando si rallegrano, tra i fiori del prato, le figlie
di coloro che tu onori, o dea veneranda, forza generosa.

Salve, madre degli dei, consorte del cielo stellato;
concedimi benigna, in cambio del mio canto, la prosperità che conforta il cuore;
ed io mi ricorderò di te, e di un altro canto ancora.”

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