Novembre 2009


“Potessero le mie mani sfogliare la luna” di Federico Garcia Lorca

Pronunzio il tuo nome

nelle notti scure,

quando sorgono gli astri

per bere dalla luna

e dormono le frasche

delle macchie occulte.

E mi sento vuoto

di musica e passione.

 

Orologio pazzo che suona

antiche ore morte.

Pronunzio il tuo nome

in questa notte scura,

e il tuo nome risuona

piu’ lontano che mai.

Piu’ lontano di tutte le stelle

e piu’ dolente della dolce pioggia.

 

T’amero’ come allora

qualche volta? Che colpa

ha mai questo mio cuore?

Se la nebbia svanisce,

quale nuova passione mi attende?

Sara’ tranquilla e pura?

Potessero le mie mani

sfogliare la luna!

 

“Nulla e’ in regalo” - Wislawa Szymborska

Nulla è in regalo, tutto è in prestito.

Sono indebitata fino al collo.

Sarò costretta a pagare per me

con me stessa,

a rendere la vita in cambio della vita.

 

È così che è stabilito,

il cuore va reso

e il fegato va reso

e ogni singolo dito.

 

È troppo tardi per impugnare il contratto.

Quanto devo

mi sarà tolto con la pelle.

 

Me ne vado per il mondo

tra una folla di altri debitori.

Su alcuni grava l’obbligo

di pagare le ali.

Altri dovranno, per amore o per forza,

rendere conto delle foglie.

 

Nella colonna Dare

ogni tessuto che è in noi.

Non un ciglio, non un peduncolo

da conservare per sempre.

 

L’inventario è preciso,

e a quanto pare

ci toccherà restare con niente.

 

Non riesco a ricordare

dove, quando e perché

ho permesso che aprissero

questo conto a mio nome.

 

La protesta contro di esso

la chiamano anima.

E questa è l’unica voce

che manca nell’inventario.

“La mia casa e il mio cuore” di Marcos Ana

La mia casa e il mio cuore
(sogno di libertà)

Se un giorno tornerò alla vita
la mia casa non avrà chiavi:
sempre aperta, come il mare,
il sole e l’aria.

Che entrino la notte e il giorno,
la pioggia azzurra, la sera,
il pane rosso dell’aurora;
la luna, mia dolce amante.

Che l’amicizia non trattenga
il passo sulla soglia,
né la rondine il volo,
né l’amore le labbra. Nessuno.

La mia casa e il mio cuore
mai chiusi: che passino
gli uccelli, gli amici,
e il sole e l’aria.

“Istanti” di Jorge Luis Borges

Se io potessi vivere un’altra volta la mia vita

nella prossima cercherei di fare più errori

non cercherei di essere tanto perfetto,

mi negherei di più,

sarei meno serio di quanto sono stato,

difatti prenderei pochissime cose sul serio.

Sarei meno igienico,

correrei più rischi,

farei più viaggi,

guarderei più tramonti,

salirei più montagne,

nuoterei più fiumi,

andrei in posti dove mai sono andato,

mangerei più gelati e meno fave,

avrei più problemi reali e meno immaginari.

Io sono stato una di quelle persone che ha vissuto sensatamente

e precisamente ogni minuto della sua vita;

certo che ho avuto momenti di gioia

ma se potessi tornare indietro cercherei di avere soltanto buoni momenti.

Nel caso non lo sappiate, di quello è fatta la vita,

solo di momenti, non ti perdere l’oggi.

Io ero uno di quelli che mai andava in nessun posto senza un termometro,

una borsa d’acqua calda, un ombrello e un paracadute;

se potessi vivere di nuovo comincerei ad andare scalzo all’inizio della primavera

e continuerei così fino alla fine dell’autunno.

Farei più giri nella carrozzella,

guarderei più albe e giocherei di più con i bambini,

se avessi un’altra volta la vita davanti.

Ma guardate, ho 85 anni e so che sto morendo.

“Preambolo alle istruzioni per caricare l’orologio” di Julio Cortazar

Pensa a questo: quando ti regalano un orologio, ti regalano un piccolo inferno fiorito, una catena di rose, una cella d’aria. Non ti danno soltanto l’orologio, tanti, tanti auguri e speriamo che duri perchè è di buona marca, svizzero con àncora di rubini; non ti regalano soltanto questo minuscolo scalpellino che ti legherai al polso e che andrà a spasso con te. Ti regalano - non lo sanno, il terribile è che non lo sanno -, ti regalano un altro frammento fragile e precario di te stesso, qualcosa che è tuo ma che non è il tuo corpo, che devi legare al tuo corpo con il suo cinghino simile a un braccetto disperatamente aggrappato al tuo polso. Ti regalano la necessità di continuare a caricarlo tutti i giorni, l’obbligo di caricarlo se vuoi che continui ad essere un orologio; ti regalano l’ossessione di controllare l’ora esatta nelle vetrine dei gioiellieri, alla radio, al telefono. Ti regalano la paura di perderlo, che te lo rubino, che ti cada per terra e che si rompa. Ti regalano la sua marca, e la certezza che è una marca migliore delle altre, ti regalano la tendenza a fare il confronto fra il tuo orologio e gli altri orologi. Non ti regalano un orologio, sei tu che sei regalato, sei il regalo per il compleanno dell’orologio.

 

Ogni volta che muore un anziano

brucia una bibblioteca.

Fabio Volo

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La adoro,
aldila di tutto, la trovo molto pagana come immagine.

Come posso ritrovare pace
William Shakespeare

Come posso ritrovare pace
se il ristoro del riposo mi è negato,
se l’affanno del giorno non è alleviato dalla notte,
e l’uno e l’altra mi opprimono nella loro contesa?
Entrambi, sebbene l’un l’altra ostili,
si accordano per torturarmi:
l’uno con la fatica, l’altra col rinfacciarmi
ch’io m’affatico sempre più lontano da te.
Io dico al giorno, per compiacerlo, che tu sei luce,
e che di luce gli fai grazia quando nembi il cielo oscurano;
e alla bruna notte io dico, per blandirla,
che, se manca chiaror di stelle, sei tu a indorare la sera.
Ma ogni giorno prolunga la mia pena,
e ogni notte aumenta il mio tormento.

da Orazio, Odi, I, 34Tutto può accadere. Sapete bene come Giove
di solito lascia che le nuvole si ammassino
prima di scagliare il fulmine? Ecco, un momento fa
ha scaraventato il carro e i cavalli del tuono
a ciel sereno. Così ha sconvolto la terra
fin nelle sue viscere ingorgate, lo Stige e i fiumi
serpeggianti, addirittura l’Atlantico.
Tutto può accadere, le torri più alte
crollare, i potenti fallire, ignoti
emergere. La Fortuna col becco di rasoio
scende in picchiata mentre l’aria stride, a questo strappa
la corona, su quello la depone sanguinante.
La terra sprofonda. Il fardello dei cieli si solleva
su Atlante come il coperchio di una pentola.
La chiave di volta vacilla, nulla torna come prima.
Ceneri terrestri e spore di fuoco si innalzano vorticando.

Gli alberi sono santuari.
Chi sa parlare con loro,
chi li sa ascoltare,
conosce la verità.
Essi non predicano dottrine e precetti,
predicano, incuranti del singolo, la legge primigenia della vita…

Hermann Hesse da Il canto degli alberi

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