Chi sono?  
Son forse un poeta?
No, certo.
Non scrive che una parola, ben strana,
la penna dell’anima mia:
<<follia>>.
Son dunque un pittore?
Neanche.
Non ha che un colore
la tavolozza dell’anima mia:
<<malinconia>>.
Un musico, allora?
Nemmeno.
Non c’è che una nota
nella tastiera dell’anima mia:
<<nostalgia>>.
Son dunque… che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia.
(Aldo Palazzeschi)

LIBRO I
Genitrice degli Eneadi, piacere degli uomini e degli dèi,
Venere datrice di vita, che sotto i corsi celesti degli astri
dovunque avvivi della tua presenza il mare percorso dalle navi,
le terre fertili di messi, poiché grazie a te ogni specie di viventi
è concepita e, sorta, vede la luce del sole.
Te, o dea, te fuggono i venti, te le nuvole del cielo,
e il tuo arrivare; a te soavi fiori sotto i piedi fa spuntare
l’artefice terra, a te sorridono le distese del mare
e placato splende di un diffuso lume il cielo.
Ché appena è dischiuso l’aspetto primaverile del giorno
e, disserrato, si ravviva il soffio del fecondo zefiro,
prima gli aerei uccelli te, o dea, e il tuo giungere annunziano,
colpiti nei cuori dalla tua potenza.
Poi fiere e animali domestici bàlzano per i pascoli in rigoglio
e attraversano a nuoto i rapidi fiumi; così preso dal fascino
ognuno ti segue ardentemente dove intendi condurlo.
Infine, per i mari e i monti e i fiumi rapinosi
e le frondose dimore degli uccelli e le pianure verdeggianti,
a tutti infondendo nei petti carezzevole amore,
fai sì che ardentemente propaghino le generazioni secondo le stirpi -
poiché tu sola governi la natura
e senza di te niente sorge alle celesti plaghe della luce,
niente si fa gioioso, niente amabile,
te desidero compagna nello scrivere i versi
ch’io tento di comporre sulla natura
per il nostro Memmiade, che tu, o dea, in ogni tempo
volesti eccellesse ornato di ogni dote.
Tanto più dunque, o dea, da’ ai miei detti fascino eterno.
Fa’ sì che frattanto i fieri travagli della guerra,
per i mari e le terre tutte placati, restino quieti.
Tu sola infatti puoi con tranquilla pace giovare
ai mortali, poiché sui fieri travagli della guerra ha dominio
Marte possente in armi, che spesso sul tuo grembo
s’abbandona vinto da eterna ferita d’amore;
e così, levando lo sguardo, col ben tornito collo arrovesciato,
pasce d’amore gli avidi occhi anelando a te, o dea,
e, mentre sta supino, il suo respiro pende dalle tue labbra.
Quando egli sta adagiato sul tuo corpo santo, tu, o dea,
avvolgendolo dall’alto, effondi dalla bocca soavi parole:
chiedi, o gloriosa, pei Romani placida pace.
Ché in tempi avversi per la patria non possiamo noi compiere
quest’opera con animo sereno, né l’illustre progenie di Memmio
può in tali frangenti mancare alla comune salvezza.
Infatti è necessario che ogni natura divina goda
di per sé vita immortale con somma pace,
remota dalle nostre cose e immensamente distaccata.
Ché immune da ogni dolore, immune da pericoli,
in sé possente di proprie risorse, per nulla bisognosa di noi,
né dalle benemerenze è avvinta, né è toccata dall’ira.

BODY { font-family: Courier New; font-size: 10pt; color: 000000; margin-left: 25 px; margin-top: 50 px; background-position: top left; background-repeat: no-repeat; } C’era una volta,
nel cuore dell’Africa, c’era un lago di fuoco.
L’acqua del lago bruciato
con il colore,
scarlatto e cremisi,
e nella sua immobilità,
cielo ha riflesso.
Dopo mesi senza pioggia,
ci fu una stagione di siccità.
E il lago si prosciugò
e si voltò bianco come cenere.
Ma nella desolazione è venuto
la promessa di un’altra stagione.
Una stagione di colore e di vita,
una stagione di partenza.
Lago Natron,
nel nord della Tanzania,
si trova al centro
della Rift Valley in Africa Grande Oriente.
Questa è una terra grezzo e incompiuto.
Ol Doinyo Lengai sale da
sponda meridionale del lago,
un vulcano di vita,
inquieto e impaziente.
profondo nel suo nucleo oscuro nascosto,
una camera magmatica delle ustioni
con l’energia primordiale.
Per la tribù Masai locale,
Lengai è semplicemente dove Dio abita.
Natron è un vasto e poco profondo lago,
40 miglia lungo
e non più di sei metri di profondità
e così tossico con il sale di soda, che
quasi nulla può vivere nella sua acqua.
Ma ogni anno,
Per poche settimane,
pioggia viene a Natron …
… E un atto di grande
della creazione ha luogo,
uno degli ultimi misteri dell’Africa grande.
E con la pioggia vengono i fenicotteri.
Questa volta, lei continua la sua storia.
Tiene la sua vita segreta.
Così come sono arrivati a Natron,
come un atto di magia, i fenicotteri
improvvisamente scompaiono.
Nato di sale, possiedono il cielo,
assorbono il colore dell’acqua
e le loro piume
brunire cremisi come la fenice.
Le loro vite sono
continua trasformazione.
E anche nella morte, le loro forme turno
a qualcosa di diverso.
Le loro piume, ossa, colore,
la loro forza vitale restituito
al lago.

MARION ZIMMER BRADLEY
LE LUCI DI ATLANTIDE
(Web Of Light - Web Of Darkness, 1983)

«Ogni evento non è che la conseguenza di cause a esso prece-denti, chiaramente viste ma non percepite in maniera distinta. Quando la corda vibra, perfino l’ascoltatore più ignaro sa che il suono culminerà nella nota-chiave, pur non sapendo in che modo la successione delle strofe condurrà all’accordo conclusivo. La legge del karma è la forza che conduce tutti gli accordi alla nota-chiave, come la forza di un sassolino che increspa l’acqua dello stagno, finché l’ondata di marea sommerge il continente molto do-po che la pietra è affondata, scomparsa ormai alla vista, dimenti-cata.
«Questa è la storia di uno di quei sassolini, lanciato nello stagno d’un mondo sommerso molto prima che i Faraoni d’Egitto inizias-sero a porre una pietra sull’altra.»
da Gli insegnamenti di Rajasta il Mago

BODY { font-family: Courier New; font-size: 10pt; color: 000000; margin-left: 25 px; margin-top: 50 px; background-position: top left; background-repeat: no-repeat; }

«Mildred, che cosa ne diresti, se… insomma, se, diciamo, io abbandonassi il mio lavoro per qualche tempo?»

«Vuoi rinunciare a ogni cosa? dopo tutti questi anni di lavoro, saresti disposto a rinunciare a ogni cosa, solo perché, una notte, una donna e i suoi libri…»

«Avresti dovuto vederla, Millie!»

«Che vuoi che me ne importi? non la conosco nemmeno! e ha fatto male a tenersi dei libri in casa. La colpa è stata tutta sua. Doveva pensarci prima. Per me, io la odio. Sarà stata lei a farti abbandonare il lavoro, dopo di che ci ritroveremo, lo sai benissimo, in mezzo a una strada, senza casa, senza posto, più niente!»

«Tu non c’eri, stanotte, non l’hai veduta» riprese lui. «Ci dev’essere qualcosa di speciale nei libri, delle cose che non possiamo immaginare, per convincere una donna a restare in una casa che brucia.

E’ evidente!»

«Doveva essere una sempliciotta, quella donna.»

«Ragionava bene, meglio, forse, di te e di me, eppure l’abbiamo arsa viva.»

«E’ acqua passata, ormai.»

«Macché acqua! fuoco, vorrai dire. Non hai mai visto una casa in preda alle fiamme? Continua a bruciare, quando tutto sembra finito, per giorni e giorni. Ebbene, quell’incendio continuerà per me fino all’ultimo giorno della mia vita. Dio! ho cercato di estinguerlo, nella mia mente, per tutta la notte. Sono mezzo impazzito, a forza di tentare.»

«Avresti dovuto pensarci, a tutto questo, prima di diventare un incendiario.»

«Pensarci! Mi è stato mai concesso di scegliere? mio nonno e mio padre erano vigili del fuoco. Perfino in sogno, facevo come loro.»

“Non ci sara nessuna videocassetta.Personalmente me ne strafotto delle videocassette.Non sono un mio problema.
Il mio problema e un altro.
E mi fa stare male. Ecco perche devo a tutti i costi scoprire come mai una donna stimata da chi la conosceva, bene integrata, coccolata dal marito, bella e intelligente, moderna, bene integrata, adulata dalle amiche in gran parte ebree, ha potuto da un giorno al altro imbottisi di esplosivo e andare in un luogo pubblico per mimettere in questione tutot quello che lo stato d’Isdraele a fatto per gli arabi che ha colto in seno.
Si rende conto della situazione dotto Jaafari?”

UNO STRANIERO NELLA NOTTE
La luna si rifletteva nell’occhio del cavallo a dondolo, e anche in quello del topolino, quando Tolly lo tirò fuori da sotto il cuscino. Tic-tac, tic-tac faceva l’orologio, tutto il resto era silenzio. A un tratto, o così parve di udire al bambino, uno scalpiccio: piccoli piedi che correvano scalzi attraverso la stanza. Una risatina, un sussurro e poi un altro rumore, come il frusciare delle pagine di un grosso libro.
Lucy M. Boston, The Children of Green Knowe

da cuore d’inchiostro di Cornelia F.

da “Vivere amare capirsi di Leo Buscaglia

Tu non hai altro che te stesso, percio’ devi diventare la persona piu’ bella, tenera, meravigliosa, fantastica del mondo. E allora sopravviverai sempre

La mia felicita’ sono io, non tu
non soltanto perche’ tu puoi essere fugace
ma anche perche’ tu vuoi che io sia cio’ che non sono.
Io non posso essere felice quando cambio
soltanto per soddisfare il tuo egoismo
e non posso sentirmi felice quando mi critichi perche’
non penso i tuoi pensieri,
e non vedo come vedi tu.
Mi chiami ribelle,
Eppure ogni volta che ho respinto le tue convinzioni
tu ti sei ribellato alle mie.
Io non cerco di plasmare la tua mente,
so che ti sforzi di essere te stesso.
E non posso permettere che tu mi dica cosa devo essere,
perche’ sono impegnata ad essere me.
Tu dicevi che ero trasparente
e facile da dimenticare.
Ma allora perche’ cercavi di usare la mia vita
per provare a te stesso chi sei tu?

dal libro serena di Bambaren

Ancora una volta, Serena camminava a piedi nudi lungo la battigia.
Amava quella piccola spiaggia, un minuscolo sorriso bianco sull’oceano.
lo sguardo era fisso all’orizzonte, come aveva fatto tanti altri pomeriggi,
in cerca di una risposta a tutte le domande che si portava dentro da sempre.

“Perchè non sorridi mai, Momo?” mi domandò monsieur Ibrahim.
La domanda era come un cazzotto, un vero e proprio cazzotto al fegato, non c’ero preparato.
“Sorridere è roba da gente ricca, io non ho i mezzi”
Naturalmente lui cominciò a sorridere, tanto per farmi girare le scatole.
“Perchè tu credi che io sia ricco?”
“Beh la sua cassa è sempre strapiena. Non conosco nessuno che per tutto il giorno abbia cosi tanti soldi sotto gli occhi”
“Ma i soldi mi servono per pagare la merce e il locale. E alla fine del mese non resta molto sai”.
E sorrideva sempre più, come per prendermi in giro. “monsieur Ibrahim quando dico che il sorriso è roba da ricchi intendo che è rob a per gente felice”
“E’ qui che ti sbagli. E’ il sorriso che rende felici”
“col cavolo!”
“Prova”
“Col cavolo ho detto”
“Ma scusa Momo tu sei educato, no?”
“Per forza se non voglio rimediare un ceffone”
“Ecco educato va bene. Cordiale è meglio prova a sorridere e vedrai”
Beh, dopo tutto, con monsieur Ibrahim che me lo chiede con tanta gentilezza, allungandomi una scatola di choucroute di qualità sopraffina. vale la pena di provare…
Il giorno dopo, sembro un malato che si sia beccato il virus
durante la notte: sorrido a tutti”

“Bah cosa vuol dire per te essere ebreo Momo?”
“non lo so per mio padre significa stare depresso tutto il giorno. Per me.. è solo una cosa che mi impedisce di essere qualcos’altro”.

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